Pino Daniele nel ricordo della sua gente

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Pino Daniele
Pino Daniele

L’anno 2015 era appena iniziato quando un tragico avvenimento ne sancì i connotati. Il 4 Gennaio, in tarda serata, si esaurisce la vita terrena di una delle più grandi leggende musicali dei nostri tempi, Pino Daniele. Un mese prima si era spento un altro Pino, Mango, durante un concerto, morto sul palco, così, sulle note di Oro, chiedendo anche scusa al pubblico. La tragica notizia della morte di Pino Daniele fu ricevuta la mattina dopo, il giorno 5 Gennaio, vigilia dell’Epifania. Fu un tragico risveglio per tutto il paese, in particolar modo per la città di Napoli. I vari tg trasmettevano immagini di repertorio, fornivano i dettagli sulla morte e su quella forsennata e inutile corsa da Magliano in Toscana al Sant’Eugenio di Roma. Nel web e nei social impazzavano notizie, canzoni, video, messaggi e frasi di rito. Dopo l’incredulità sopraggiunse lo sgomento. La realizzazione del fatto che anche il nostro Pino, allora leggenda vivente della musica, non c’era più. Il nostro Pino che avevamo applaudito al Palapartenope il 16 e 17 dicembre 2014 ed avevamo visto, la sera di capodanno, in tv con la diretta da Courmayeur.

Girare per Napoli in quel periodo significava ascoltare le sue canzoni ovunque, la gente quasi evitava di parlare dell’argomento per non lasciarsi sopraffare dall’emozione e dalla commozione. Chi ci provava inevitabilmente cominciava a piangere. La città era tutta addobbata per le festività natalizie che andavano concludendosi. L’atmosfera festosa era lacerata da questa terribile notizia. Noi fans di Pino Daniele eravamo improvvisamente orfani del nostro mentore, del nostro guru musicale. Alcuni di noi eravamo consapevoli che, un soggetto cardiopatico come lui, avrebbe pagato dazio a causa di un’attività concertistica molto intensa. In un periodo dove la musica si scarica e difficilmente si compra, fare molti live rappresenta l’unica maniera per guadagnare soldi. Pino Daniele di soldi ne aveva bisogno, con due famiglie da mantenere e una, quella di origine, da aiutare.
Pino Daniele, Pinotto per gli amici, era una persona schiva, discreta, un sognatore, un sentimentale tipico del segno dei Pesci. Era andato via da Napoli all’inizio degli anni ’80 per cercare tranquillità, isolamento da un popolo che, quando ama, ti soffoca. Nato in una traversa di via Santa Chiara, via Francesco Saverio Gargiulo 20, primo di sei figli, viene presto affidato alle cure di due zie, Bianca e Lia, che abitano nella zona tra Piazza Santa Maria La nova e via Banchi nuovi, “abbascio ‘a Cursèa“, come citato in una sua canzone (Occhi grigi). Si avvicina presto alla musica, imparando a suonare la chitarra da autodidatta, ascoltando parecchi dischi di vario genere con particolare attenzione per la musica di Elvis e dei Creams. Gli piaceva frequentare, stare in mezzo ai gruppi musicali di fine anni ’60, in diverse occasioni si proponeva chiedendo di suonare un pezzo e, puntualmente, veniva invitato a farsi da parte. Un episodio da lui stesso raccontato riguardava la NCCP che fu invitata, successivamente, a partecipare a un suo concerto nel 2013. Un solo gruppo credette nelle doti musicali del giovane Pinotto, i Napoli Centrale dell’amico James Senese, che lo ingaggiò come bassista. Durante i concerti del gruppo il giovane Pino faceva da spalla intonando le proprie melodie impreziosite dal sax di James. L’esperienza di spalla si è poi ripetuta il 27 giugno del 1980 durante il concerto, a San Siro, di Bob Marley. Erano iniziati gli anni ’70 ed il giovane Pino suonò la chitarra in una tournèe in Belgio con Bobby Solo, seguiva nei live Gino Paoli e scriveva canzoni per Jenny Sorrenti, sorella di Alan , per il LP Suspiro.
Scrisse per Peppino Di Capri, Teresa De Sio, Loredana Bertè e tanti altri. In pratica si fece le ossa. Bisognerà aspettare il 1976 per vedere realizzare una sua produzione, esce il 45 giri Ca Calore/Furtunato. Brani inseriti poi nell’album Terra mia italianizzando Ca Calore in Che calore. Alcuni dei testi e delle melodie di questo Lp venivano scritti e composti sulle tovaglie e sui tovaglioli di carta di una trattoria alla Sanità, La Cantina del Gallo, dove il giovane Pinotto, insieme ai suoi amici, andavano a provare in una sala in via Alessandro Telesino tra Sanità Materdei. Il brano Donna Cuncetta, dell’album successivo, dedicato alla nonna, fu ispirato proprio dalla proprietaria di questo locale. Donna Cuncettatuppo nero tirato e cuore pieno di ricordi, una donna capace di tenere testa a guappi e cape di ‘mbrelli. I primi due album furono un omaggio a Napoli, ma anche una denuncia. In un’intervista dichiarò amore e odio per la città. Canzoni come terra mia, Napule è, Je so pazzo, Il Mare, ‘Na tazzulella‘e cafè ne sono una prova.
In questi album si apprezza la freschezza  compositiva, l’illusione, la delusione e la voglia d’alluccà. Dal 1980 in poi, quindi da Nero a metà in poiiniziò un’escalation di successi dopo l’altro, collaborazioni musicali di ogni genere; colonne sonore per film di successo, tra i quali va sottolineato il connubio di amicizia e collaborazione artistica con Massimo Troisilive e concerti in ogni parte d’Italia e nel mondo. In uno di questi resta memorabile la risposta che diede a Pescara, ad un signore del pubblico che lo esortò ad imparare a parlare, lui rispose che l’importante era saper suonare. Pino Daniele, nel corso della sua enorme carriera ha cambiato pelle e look diverse volte. Ogni album è diverso dal precedente anche come stile compositivo. Un personaggio che non solo vive di musica, ma ne rappresenta l’essenza. Pino Daniele è musica. Di questo aspetto ne hanno intuito ed apprezzato le capacità personaggi che si annoverano tra i giganti della musica mondiale, ma anche artisti sconosciuti che hanno acquistato notorietà attraverso la sua musica
Ogni album di Pinotto rappresenta un periodo della vita di ogni suo fan, ne scandisce il tempo momento per momento. Pino Daniele è stato la colonna sonora delle nostre vite. La sua musica ha emozionato almeno cinque generazioni di persone. Prima di quella maledetta vigilia dell’Epifania, Pino Daniele era già una leggenda vivente.
Come fu per il grande Totò, che ebbe tre funerali (uno a Roma e due a Napoli), anche Pino Daniele ne ebbe due, lo stesso giorno, il 7 Gennaio 2015, la mattina a Roma e la sera a Napoli. In quei giorni c’era soltanto la voglia di stare insieme, di riunirsi per strada a suonare e cantare le sue canzoni. Ci fu un flash mob il 6 Gennaio 2015, nella sua piazza, piazza del Plebiscito o largo di Palazzo per neo borbonici. Una piazza che lo vide accerchiato da 200000 fans il giorno di San Gennaro, 19 Settembre 1981. Quella sera dei funerali la piazza era gremita, almeno 100000 persone, di età e generazione diversa, tutte in silenzio, in raccoglimento con la consapevolezza che era morta la nostra musica, che da quel momento in poi avremmo soltanto ricordato, che non ci sarebbero stati altri nuovi respiri del nostro menestrello. Con lui è morto l’ultimo rappresentante della Napoli di una volta, fatta di sentimenti veri, di poesie, di racconti oleografici e non. Una Napoli in cui oggi risulta difficile riconoscersi ma che, nonostante tutto guarda annanze senza se
fermà
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‘O ball ‘ncopp’o tammurro – Le origini della tammurriata

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Festa popolare - Tammurriata a Napoli e provincia - Ballo tradizionale
La tammurriata

LTammurriata, impropria- mente detta (infatti va decisamente e più correttamente identificata con ‘o ballo e ‘o canto ‘ncopp’o TAMMURRO),  è una danza antichissima e sicuramente pregna di simbologie tutte legate ai cicli delle stagioni, alla fertilità, alla spiritualità, all’amore.

Si danza sempre in coppia (maschio-femmina, maschio-maschio, femmina- femmina) con l’accompagnamento ritmico sostanziale e fondamentale del tamburo a cornice (TAMMORRA o TAMMURRO) e di castagnette ( una sorta di Nacchere ).
La sua coreutica di base e istintiva propone un movimento oscillatorio o ondulatorio (in avanti e all’indietro, a destra e a sinistra) e poi un momento centrale denominato “vutata” (girata, che indica una vera evoluzione… svolta in senso orario e poi antiorario).
Danzare sul tamburo vuol dire senza dubbio dare origine ogni volta ad un evento coreutico-musicale facente parte di riti propiziatori e devozionali (legati al ciclo evolutivo e riproduttivo della Madre Terra che costituisce l’ancestrale cultura del Mediterraneo ancora viva nelle comunità rurali).
Appartiene alle celebrazioni arcaiche dei primi popoli e civiltà precristiane; i contadini sono i diretti e degni depositari della tradizione, la quale si rigenera e si trasforma nel tempo, mai interrompendosi.
Tutto ciò si convoglia in un connubio di 3 elementi: canto, suono, danza.
Un linguaggio coreutico ricco di energie e sinergie, di materia e forma, sguardo e intensità.
La tradizione orale rappresenta la forma in assoluto più autentica di trasmissione, genuina e attendibile, semplice e istintiva, mai accademica e quindi legata alla sfera più sensibile, emotiva e spirituale.
La Tammurriata viene ancora oggi considerata come espressione di venerazione collettiva di immagini sacre, prima pagane poi cristiane, di divinità per lo più femminili. È una leggenda popolare a indicarci il viaggio affascinante che si sviluppa all’interno della cultura orale, popolare, contadina, che fa luce su sette immagini differenti di “sorelle Madonne”.
Secondo gli antropologi i sociologi e gli etnomusicologi le stesse madonne sarebbero tutte Sorelle Belle e solo una “Brutta” (lo asseriva Roberto de Simone): indicando Mamma Schiavona come quella Madonna dei Diversi, dei disadattati, degli Schiavi e dei Turchi.
In Campania e nei suoi vari territori geografici differenti (entroterra) coesistono diverse forme o stili di ballo sul tamburo; quest’ultimo, strumento sciamanico per eccellenza, detiene un ruolo fondamentale e centrale nelle pratiche spirituali di moltissime tradizioni e culture del mondo.
In questo senso più intimo la Tammurriata può far pensare e può essere vissuta come una vera intersezione fra Memorie e Miti:
al di là degli aspetti folkloristici resta un punto fondamentale di fede, magia, storia, identità, rito, festa, emozioni e sensazioni legate alla circolarità di questa danza “mistica”,  estatica e sacra.

Di Enzo Tammurriello

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Parthenope e Neapolis

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Ulisse e la Sirena Parthenope, Anfora attica a figure rosse (480-470 a.C.), British Museum, Londra, Gran Bretagna
Ulisse e le Sirene, British Museum, Londra

Parthenope è una delle più antiche città italiane fondata addirittura prima di Roma attorno al 730a.c.

La leggenda narra la storia della sirena Parthenope che sconfitta e ingannata da Ulisse si getta in mare lasciandosi affogare.
Come può una sirena affogare in mare direte voi?  In realtà nella mitologia antica  le sirene erano creature dal corpo di uccello e volto di donna che solo nel medioevo verranno descritte con fattezze marine.
Fu Demetra a trasformarla in mostro perchè incapace di impedire ad Ades di rapire la propria figlia Persefone.
E fu così che il corpo inerme di Parthenope venne raccolto e venerato sull’isolotto di Megaride dove adesso sorge il castel dell’Ovo.

Andando oltre la leggenda è proprio qua che, come ci raccontano il geografo greco Strabone e il romano TIto Livio, i greci provenienti da Rodi fondarono un primo insediamento che prese appunto il nome di Parthenope.
Ricca e fiorente attira a sè genti e culture circostanti, sanniti, syracusani, cumani riuscendo a controllare lo spazio marittimo circostante fondamentale per la prosperità del commercio.
Nel 400a.c. la città viene presa di mira dagli Etruschi. Ma dopo due leggendarie battaglie le armate greche ne escono vittoriose.
Fu deciso così di rafforzare la città ma per motivi geomorfologici era impossibile costruire intorno al vecchio insediamento. Per cui venne creata nel 470 a.c. a pochi centinaia di metri una nuova città che per questo prese il nome di Neapolis (città nuova), mentre il vecchio insediamento venne nomato Palepolis (città vecchia).

Sappiate ordunque che l’aspetto urbanistico della vecchia città greca si è conservato fino ad oggi ed è esattamente lo stesso di quello moderno. Tre percorsi longitudinali: Il decumano maggiore di via dei tribunali, il decumano superiore di via anticaglia e il decumano inferiore di spaccanapoli. Tutto esattamente come 2400 anni fa.

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Carnevale

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Dolci di carnevale della tradizione napoletana. Chiacchiere e sanguinaccio
Chiacchiere e sanguinaccio

Oggi in giro per la città potrete vedere di certo delle splendide sfilate… Chiacchiere e sanguinaccio al sacco e via! 🎉🎉🎭🎉🎉

Come lo spirito della città saltella tra sacro e profano così anche il Carnevale è una festa “di mezzo”… E’ una festa pagana legata ai riti romani dei Baccanali (in onore di Bacco) e Saturnali (che celebravano Saturno), ma è vicino anche alla cultura cattolica-cristiana poichè precede tutti i riti di penitenza legati alla Quaresima.
Oggi è martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, giorno in cui ci si rimpinza di lasagna e dolci per poi far fronte alla Quaresima. Insomma da oggi si “leva la carne dalla tavola”… “Carnum levare”, in latino, per avvicinarsi alla Santa Pasqua piu’ puri nello spirito e nel corpo.

Negli anni del Viceregno Spagnolo, e poi anche con i Borbone, il Carnevale era tra le feste popolari più importanti a Napoli. Durava più di un mese e iniziava la notte del 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, quando si accendeva “ò cippo”, in cui bruciare le cose vecchie e lasciare andare via le brutture del passato.
Nelle strade principali i napoletani obbligatoriamente in maschera, si esibivano in balli e tarantelle muniti di strumenti della musica popolare tra cui lo Scetavajasse (una sorta di violino dal rumore intenso tanto da essere in grado di risvegliare le vajasse) e il Putipù (una caccavella di pelle di capra forata al centro e con un bastone infilato all’interno).
La conclusione dei festeggiamenti , il giorno di martedí grasso, era data dalla “Morte di Carnevale”, celebrata addirittura con un vero e proprio funerale per sancire la fine della baldoria e l’inizio del momento sacro.

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