Tarantella

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All’interno dell’Agorà Morelli,  la suggestiva cava di tufo che fa da anticamera al Tunnel Borbonico, tutti i giovedì dal 18 aprile, una Cena Spettacolo condita con musica balli e canti della tradizione napoletana e del sud Italia: Tarantella Show


La Tarantella Napoletana è un’esplosione di colore, energia e sensualità. Uno spettacolo antico fatto di tradizione e folklore che si traduce in un vortice di musica, balli e canti. Un tutt’uno irrefrenabile affidato a un gruppo di coinvolgenti musicisti e ballerini capaci di risvegliare le ancestrali emozioni legate alle terre del sud Italia.
Il nostro progetto mira a rispondere a chi, una volta arrivato nella nostra città, si chiede dove vedere uno spettacolo di tarantella a Napoli. Un vero spettacolo tradizionale che possa guidare il turista, o l’appassionato del genere, alla scoperta delle radici della cultura napoletana.
L’idea nasce dal presupposto che le musiche e le danze tradizionali del capoluogo partenopeo e del sud Italia in genere, non abbiano nulla da invidiare a quelle delle altre capitali mondiali della cultura. Se è possibile ammirare il Flamenco a Siviglia, il Tango argentino a Buenos Aires, il Dervish a Istanbul, il Fado a Lisbona, allora porteremo il nostro folklore, atto di passione e calore, a chi avrà il desiderio di arricchire il proprio bagaglio culturale.
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Ma quello che noi proponiamo non è certo uno spettacolo fatto di stereotipi. Dimenticate gli spensierati saltelli messi in scena da frivole e sorridenti donne e mettete da parte i movimenti stucchevoli e artificiosi. La Tarantella napoletana, così come le sue declinazioni del sud Italia, è ben altra cosa.
In realtà il suo significato, i movimenti dei ballerini di tarantella, gli strumenti tradizionali usati dai musicisti, primi tra tutti tammorra e tamburello, sono la sintesi e l’espressione di un antico rituale, catartico, sensuale e ancestrale, conosciuto col nome di Tarantismo.

“Embè, io lo so che cosa vi aspettate di vedere questa sera
Vi aspettate donnine sorridenti che saltellano felici e spensierate in abiti colorati, eh?
E invece no! Pecchè chella ‘a tarantella è n’ata cosa.
E’ un rito magico e sensuale, un ballo appassionato e coinvolgente, che ha origini antiche e misteriose.
Certa gente che ha studiato assaje dice che addirittura nel medioevo esisteva già.
E quella la colpa sapete di chi è? Di un piccolissimo ragno…
Una tarantola appunto… E direi che il collegamento col nome è immediato, no?
Che pizzica, mozzica e sfruculea le sue vittime,
inebriandole col suo veleno e costringendole a movimenti frenetici e scomposti.

E l’unico antidoto è la musica.
Il ritmo incalzante di tammorre e tamburelli che sfinisce il ragno
e libera dalla follia chi ne è stato morsicato.

E’ anche vero che qualcuno, con la scusa del ragno,
faceva cose che non avrebbe potuto fare altrimenti;
mentre qualcun altro, che pazzo lo era davvero,
comunque diceva di essere stato morsicato.

Provate a immaginare il sole cocente che brucia i campi
e i contadini che mietono il grano.
Questa musica nasce qui. Danza sul Gargano e, risalendo per la Calabria,
arriva a pizzicare anche le donne della Campania.”

Ma scopriamo quali sono le origini della tarantella: il Tarantismo.

Senza dubbio, il maggiore studioso contemporaneo del tarantismo è Ernesto De Martino, che dalla metà del secolo scorso ha fornito, attraverso le sue opere, preziosi strumenti utili ad inquadrare il fenomeno nel contesto socio-culturale in cui si è sviluppato. Opere come “Sud e magia” e La terra del rimorso” forniscono innumerevoli chiavi di lettura di questo antico rito che affonda le sue radici nella cultura contadina dell’Italia meridionale e della Puglia in particolare.
E’ per questo che il Tarantismo assume molteplici sfaccettature, risultando essere allo stesso tempo fenomeno musicale, culturale, antropologico, clinico e psichiatrico. Patologia e cura di vasti strati della società rurale del meridione.
Il termine Tarantella, ossia l’insieme di musiche e danze attraverso cui i tarantolati venivano curati dal morso della tarantola, appare per la prima volta nel 1608 in uno spartito musicale trascritto da Foriano Pico. Questo ci dà la certezza che ben prima di questa data venissero utilizzate musiche e danze per lenire le sofferenze dei “morsicati”. 
Secondo numerose fonti il fenomeno avrebbe origine nel Medioevo, in occasione delle guerre contro l’Islam, in cui gli eserciti occidentali furono oggetto di avvelenamenti diffusi dovuti al morso della tarantola. Si diffonde così la credenza, soprattutto nelle società contadine, più esposte ai possibili attacchi del ragno, secondo la quale il morso di questo insetto provochi nel soggetto, e in particolare nelle donne, i sintomi della pazzia.
E’ interessante però notare come in realtà la tarantola sia un insetto innocuo, mentre sintomi di avvelenamento possono essere riscontrati nel morso del “Latrodectus Tredecim Guttadus”.
Ad ogni modo, le patologie e i sintomi psichici associati alla puntura della tarantola sono i più disparati, perlopiù derivanti dall’assenza di una diagnosi attendibile: melanconia, stati confusionali, depressione, schizofrenia, distimia, bipolarismo. A questi vanno aggiunti tutti quegli atteggiamenti considerati anomali rispetto a quelli che erano la cultura e i costumi del tempo.
Tra le fonti più antiche è d’obbligo citare il gesuita del XVII secolo Athanasius Kircher che, con la collaborazione dei rettori dei collegi gesuiti di Lecce e Taranto, pubblicò tre tomi contenenti tutto l’insieme delle informazioni riguardanti il tarantismo: le credenze popolari, gli strumenti utilizzati per la cura, ma soprattutto gli spartiti dei più antichi antidoti musicali tra cui “Antidotum Tarantulae”. In questa celebre opera, riadattata anche ai giorni nostri, è possibile riconoscere il crescendo musicale che caratterizza la struttura dei brani considerati terapeutici.
Attraverso questo rituale ossessivo, danza e musica purificano lo spirito: la ripetizione di armonie ipnotiche con un ritmo sempre più incalzante porta il tarantolato a una sorta di trance costringendolo a movimenti frenetici e scomposti.
Il ballo rappresentava una vera e propria lotta con l’animale che, attraverso movimenti convulsi, veniva espulso e schiacciato. Era opinione comune che il malato riuscisse a liberarsi del veleno attraverso il sudore e per questo la musica fosse l’unico rimedio contro il ragno.

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 Nel 1832 il dott. F.K. Justus Heker scrive nella sua “Danzimania”:

“…fin dal secolo XV si manifestò nelle Puglie una strana malattia nervosa, attribuita al morso velenoso di un ragno chiamato Tarantola, per la quale i morsicati, o anche per genio epidemico quelli che temevano di esserlo stati, divenivano melanconici quasi stupefatti e appena capaci di ragione. Questo stato in molti si associava a una sì grande sensibilità per la musica che ai primi tocchi di una melodia prediletta esultavano di gioia e dapprima lentamente indi sempre più con rapido moto danzavano senza posa, fino a quando estenuati cadevano al suolo. Era inoltre comune opinione che il veleno della Tarantola, mercé la musica e la danza venisse distribuito a tutto il corpo ed eliminato col sudore per via della pelle. Per conseguenza si credé che al musica fosse l’unico rimedio contro il morso del malefico ragno, e fin dal principio del secolo XVII intere turbe di suonatori giravano all’uopo per le città e le campagne durante i mesi d’estate, nei quali specialmente veniva intrapresa la cura degli ammalati che accorrevano a frotte a cercare nel ballo un farmaco ai loro tormenti. La qualità della musica stava in stretto rapporto colla natura della malattia, ed essa fece si profonda impressione negl’italiani del Mezzogiorno, che anche oggidì, benché scomparsa da lungo tempo la malattia, conservasi presso di loro la Tarantella come una musica particolare per ballo, i cui tempo si fa sempre più celere e stretto”.
Alla luce di tutto questo, quale che fosse la causa scatenante della patologia, sia essa di origine virale o psichica, l’insieme di balli e musiche somministrate al tarantolato restavano l’unico rimedio disponibile e generalmente riconosciuto. Per far crepare o “schiattare” la piccola tarantola bisognava imitarne i movimenti fino a sfinirla perché si arrendesse e lasciasse il corpo del sofferente. il posseduto diventa così vittima ed eroe che sconfigge la bestia.
Probabilmente è stato proprio questo parallelismo tra ragno e bestia ad aver fornito al cristianesimo lo spunto per appropriarsi, così come è stato in passato per altri riti pagani, del Tarantismo, facendone uno strumento di controllo sulle masse. Da questo momento il ragno diventa demonio da estirpare dal corpo del posseduto.

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San Paolo di Tarso era il santo protettore dei morsicati dai serpenti, ma nel corso del 1700 la chiesa lo rese anche protettore dei tarantolati inserendolo nel rituale di guarigione. In questo modo la chiesa riuscì, in maniera ambigua, a gestire e ingabbiare questo sempre più vasto fenomeno ormai divenuto fuori controllo. Laddove aveva fallito la repressione dell’Inquisizione, attraverso la messa al bando di musiche e riti pagani e la persecuzione dei tarantolati, riuscì, invece, un semplice intervento di manipolazione culturale. Secondo De Martino “tale operazione comportò la lenta e progressiva disgregazione del fenomeno”.
Fu così che nel 1791 venne eretta la basilica di San Paolo a Galatina in provincia di Lecce che divenne punto di riferimento per le tarantolate e considerato “feudo immune” al veleno della tarantola. Durante la festa del santo, il 29 giugno, frotte di possedute si riversavano nel paese alla ricerca della grazia che le avrebbe liberate dal loro male interiore. Si compiva, in questo modo, un vero e proprio esorcismo di massa che si traduceva in musiche frenetiche e atteggiamenti scomposti e lascivi che poco si addicevano ad un luogo sacro. Forse anche per questo tale fenomeno, fortemente radicato nell’intero Salento e nel sud Italia in genere, pure essendosi protratto fino ai giorni nostri, ha nuovamente perso la sua connotazione religiosa.
E’ soltanto con l’influenza dell’Illuminismo, in particolare con la scuola di Epifanio Ferdinando, che i sintomi del Tarantismo vengono riconosciuti come malattia psichica. Non più quindi avvelenamento fisico né tanto meno possessione demoniaca. Da questo momento comincia a essere riconosciuto e trattato come conseguenza di un disagio psicosociale. Da qui l’utilizzo di termini come “rimorso” che assume un significato ambivalente: da un lato richiamo alla stagionalità della malattia che si ripresenta di anno in anno col morso del ragno;dall’altro esplicito riferimento al rimorso psichico inteso come senso di colpa e trauma scatenante del disagio psicologico.
Il Tarantismo, così come detto e come suggeriscono le fonti, risulta essere un fenomeno quasi prettamente femminile. Da qui l’idea di alcuni studiosi, che le donne trovassero in esso il modo di liberarsi delle inibizioni e delle costrizioni che venivano loro imposte. In altri termini i sintomi del Tarantismo erano lo specchio delle difficoltà in cui versavano le donne dell’epoca. Un’interessante considerazione dello psichiatra Giovanni Jervis:
“…il Tarantismo sceglie le vittime tra i suggestionabili e gli isterici presenti in ogni popolazione. Persone predisposte, per scarsa cultura, a restare prigioniere di false credenze e che scaricano nella ripetizione di atteggiamenti istintivi e primitivi le ansie e i conflitti che non riescono a risolvere nella realtà”.

La tarantella e la pizzica con le loro travolgenti musiche, i canti tradizionali e le sensuali danze che rivivono oggi una forte riscoperta, sono l’immensa eredità culturale che ci tiene legati alle nostre radici. Un fenomeno affascinante e misterioso che va preservato e tramandato alle nuove generazioni.

In psicanalisi la catarsi è “il processo di liberazione da esperienza traumatizzanti o da situazioni conflittuali ottenuto col far riaffiorare alla coscienza dell’individuo gli eventi responsabili rimuovendoli dal subconscio”. Da qui nasce Catartika.